mercoledì, 31 agosto 2005 | in :
Non credo che ci sia al mondo qualcuno che non abbia mai ascoltato Year of the Cat.
Una delle canzoni più suonate, più note, più universali.
E ancora oggi qualcuno mi chiede, ascoltandola: “ma chi è che canta?”
Pochi personaggi sono stati più schivi di lui: AL STEWART.
Già il nome preludeva ad un facile anonimato.
Il look poi, un incrocio tra George Best e Bon Scott. Cioè l’immagine mediamente dominante nell’Inghilterra degli anni ’70. Con i capelli medio-lunghi e basettoni.
Quando esplosero nel mondo le note della title-track forse neanche lui credeva a tanto successo.
Aveva iniziato come menestrello folk, troubadour oriented nella scia donovanesca.
Con il deciso intervento di Alan Parson trasformò la sua musica in un folk-rock con forte ascendenza melodica.
E per due album, Year of the Cat e Time Passages (peraltro preceduti da un ottimo assaggio, Modern Times) sbancò il gran casinò del music business.
Al di là della canzone a cui lui è legato per l’eternità (con i memorabili assoli di chitarra acustica, chitarra elettrica e sax linkati magicamente) perle luminose quali On the border, Flying Sorcery, Palace of Versailles, Lord Grenville, Life in Dark Water e Time Passages lo consegneranno alla storia della musica come un autore raffinato, di classe, legato alla tradizione ma consapevole delle nuove esigenze pop (leggerezza, orecchiabilità, immediatezza) latenti dopo la grande abbuffata del prog dei primi ’70.
Fu probabilmente travolto, lui che aveva intuito una possibile direzione, dall’ondata punk che immediatamente lo rese demodé, antico, superato.
Peccato. Avrebbe senz’altro meritato un successo più duraturo.
 
diamonddog @ 09:56 | commenti (139)(popup) | commenti (139)