lunedì, 27 febbraio 2006 | in : pezzi di me
Treno. Un cazzo di Eurostar.
Lei è di fronte a me. Mastica chewing-gum. Ha l’I-pod.
Ascolta qualcosa di rumoroso, a giudicare dal chicka-thumba che esce smorzato dalle cuffiette.
Accanto un ragazzo completo-di-giacca-e-cravatta che smanetta sul portatile come se fosse una questione di vita o di morte.
Più là qualcuno che urla al cellulare (sulle rotaie è d’obbligo, devi pur farti notare).
La camera gira, zumma su di me.
Aspetto buono, non perfettamente in ordine (cazzo alzarsi alle 5,30 magari un po’ i coglioni vorticano e la barba proprio bene non viene), aria sicuramente boriosa e antipatica, una sana dose di cinismo nel taschino della camicia, pronta per le necessità.
Che tanto non mancano mai, le necessità.
Il treno in ritardo, piove governo ladro, ho lasciato a casa le batterie del CD portatile, vedo troppe facce allegre in giro così presto, il caffè tipo-macchinetta a 1 euro e 10, il cielo è cupo di piombo, a casa qualche guaio, “due etti di prosciutto sì signora è ancora a letto con la febbre il suo bambino” (mazzaò proprio renato zero deve fischiettare quell’imbecille?).
E lei mi guarda. Tra un pezzo dei Prodigy e uno dei Chemical Brothers, mi guarda fisso.
Con interesse o disprezzo?
No, ha luce negli occhi. La mente guizza. Viaggia. E' già al next step.
C’è empatia, è evidente. Come non potrebbe esserci?
‘Sticazzi avrai 15 anni meno di me, squinzia.
No, così non va. Troppo tamarro.
Buongiorno, ben alzata? Mi fai assaggiare un po’ del tuo I-pod?
No, troppo fintamente giovanilistico.
Ciao. Come ti chiami? Sai che sei molto interessante?
Ecco, banale ma sincero. Efficace.
Ma non lo dirò. Lo so.
‘Sto cazzo di Eurostar. Con i sedili open-space mi sentirebbe anche quello in fondo alla carrozza. Tutti con le orecchie affilate a sentire se jelafà o nujelafà. Con il terrore di dire una stronzata e sentire mezzo vagone che ride. Un vagone di risate. Invece che un vagone di cazzi vostri. Con una enorme voglia di girarti e dire alla cicciona con l'astronave in testa che sta mangiando le Pringles (alle 7 e mezzo di mattina) di farsene un barile (di cazzi suoi, non di pringles) che guarda come sei ridotta buzzicona del cavolo che se fossi meno impicciona magari avresti più amor proprio e mangeresti anche meno.
E intanto è già stazione, è già lavoro-che-ti-aspetta, è già ridente metropoli che apre i suoi tentacoli per offrirti l’ennesimo abbraccio mortale.
E pensi che tanto magari in un altro viaggio........ma già sai che non la rivedrai mai più.
 
No, non ci siamo proprio. Non esistono più i treni di una volta.
 
diamonddog @ 14:52 | commenti (58)(popup) | commenti (58)