Ok la fase di buonismo sta passando.Oltre ad un vorticoso giramento di zebedeis, sono due giorni che nel mio player (oddio come fa figo dirlo) girano vorticosamente i sudatissimi Lynyrd Skynyrd.
E’, bisogna ammetterlo, un omaggio della premiata ditta Sire&Agnul, che quando vuole e non s’impippa nei soliti momenti di giudizio universale sulle altrui qualità, sa anche essere gradevole.
Sono, per gli iniziati alla xpi, i “leggendari” concerti di Atlanta del Luglio 1976.
Alcuni di voi storcono la bocca, ma non posso farci niente.
La musica è anche questa.
I Lynyrd sono l’anello di congiunzione tra il Paradiso (gli Allman Brothers) e l’Inferno (38 Special, Molly Hatchet e quelle robe lì). Ma non sono il Purgatorio. Diciamo che oscillano tra paradiso e inferno con una certa regolarità e anche con una buona dose di perversione.
A parte le celeberrime Free Bird e Sweet Home Alabama su cui sono state già spese enciclopedie di parole, dentro di me provocano effetti di un certo tipo anche Simple Man, Searching, Tuesday’s Gone, All I can do is write about it (peraltro non presente nei concerti in questione), e naturalmente le loro potenti versioni di Call me the breeze e Crossroads.
Non amo alla follia i loro boogie-rock tipo Whiskey Rock-A-Roller e Gimme three steps, che per me rappresentano il necessario riempimento per un certo tipo di concerto che oltre ai momenti più intensi deve avere anche i momenti di scazzo e di stappo delle birre e di ululato e di sparatoria per aria. Tutti da godere e da ballare ma qualunque gruppo medio di rock-blues li può fare e nessuno grida certo al miracolo.
Insomma, cari Lynyrd, dead or alive che siate. Oddio, più dead che alive purtroppo.
Come dicono a Milano nel loro slang del cacchio: “ci state troppo dentro!”.
diamonddog @ 09:36 | commenti (82)(popup) | commenti (82)




