giovedì, 01 marzo 2007 | in : chitarre, grandissimi, live in concert, rock sudato
confedOk la fase di buonismo sta passando.
Oltre ad un vorticoso giramento di zebedeis, sono due giorni che nel mio player (oddio come fa figo dirlo) girano vorticosamente i sudatissimi Lynyrd Skynyrd.
E’, bisogna ammetterlo, un omaggio della premiata ditta Sire&Agnul, che quando vuole e non s’impippa nei soliti momenti di giudizio universale sulle altrui qualità, sa anche essere gradevole.
Sono, per gli iniziati alla xpi, i “leggendari” concerti di Atlanta del Luglio 1976.
Alcuni di voi storcono la bocca, ma non posso farci niente.
La musica è anche questa.
I Lynyrd sono l’anello di congiunzione tra il Paradiso (gli Allman Brothers) e l’Inferno (38 Special, Molly Hatchet e quelle robe lì). Ma non sono il Purgatorio. Diciamo che oscillano tra paradiso e inferno con una certa regolarità e anche con una buona dose di perversione.
A parte le celeberrime Free Bird e Sweet Home Alabama su cui sono state già spese enciclopedie di parole, dentro di me provocano effetti di un certo tipo anche Simple Man, Searching, Tuesday’s Gone, All I can do is write about it (peraltro non presente nei concerti in questione), e naturalmente le loro potenti versioni di Call me the breeze e Crossroads.
Non amo alla follia i loro boogie-rock tipo Whiskey Rock-A-Roller  e Gimme three steps, che per me rappresentano il necessario riempimento per un certo tipo di concerto che oltre ai momenti più intensi deve avere anche i momenti di scazzo e di stappo delle birre e di ululato e di sparatoria per aria. Tutti da godere e da ballare ma qualunque gruppo medio di rock-blues li può fare e nessuno grida certo al miracolo.
Insomma, cari Lynyrd, dead or alive che siate. Oddio, più dead che alive purtroppo.
Come dicono a Milano nel loro slang del cacchio: “ci state troppo dentro!”.
diamonddog @ 09:36 | commenti (82)(popup) | commenti (82)