giovedì, 08 marzo 2007 | in : svolte, dischi da avere, canzoni per
yescover
Non mi sono mai troppo addentrato nel loro territorio perché ho sempre sentito qualcosa di non troppo affine ai miei gusti. Ci ho comunque tre LP, un album solo di Steve Howe, un po’ di cassette varie, mp3, eccetera. Per cui so più o meno di cosa parlo. Forse è Howe il problema, un chitarrista che pur tecnicissimo non ho mai penetrato fino in fondo, insomma non mi prende e mi comunica un po’ di noia. In tutta onestà li sento veramente poco, pur riconoscendone il valore specifico.
Ma c’è un eccezione.
Negli anni ’80, dopo vari defezionamenti e riposizionamenti, abbandono di sacerdoti capelluti e guru delle sei corde, il supergruppo in questione ebbe la fortunata (in senso commerciale) idea di uscirsene con una canzone del tutto nuova, anche come stile.
 
Owner of a lonely heart
 
Fate una prova.
Mettete questa canzone a palla in macchina. Ma a palla a palla.
Vi sorprenderà sentire quanto ancora è moderna. Potrebbero averla scritta e registrata ieri sera.
Il lavoro di Trevor Rabin (che sostituì Howe a mio avviso apportando grande linfa vitale) è strepitoso. Passaggi "carillon", tocchi/voli rapidissimi di classica, riff granitici, deragliate post-industriali che i Nine Inch Nails ancora erano nei pensieri del padre di Trent Reznor: un campionario di manipolazioni della sei corde incredibile per essere concentrato in una sola canzone. Rabin sciorina tutta la sua creatività disseminando di energia un motivetto così così che però la grande voce di Anderson tiene sempre in leggiadra sospensione e che ci mette un amen ad entrarti in testa, sia che tu ami la lirica sia che tu ami la nera africana.
Attacchiamoci la metronomica precisione di White e Squire, le tastiere poco invadenti di Kaye e la clamorosa produzione di Trevor Horn (un deus ex-machina degli eighties e non solo).
Avremo un pezzo da MOMA (Museum of Modern Arts).
La vera canzone di fine millennio.
Memorabile, secca, breve (trattandosi degli Yes….), semi-sperimentale.
Un gioiellino da portare sempre nell’Ipod, per chi usa quegli aggeggi.
In più un video che definire memorabile è poco (la sega elettrica sul metallo in sincro con le deragliate di Rabin è eterna), inserito con tempismo incredibile nella scia del futuro allora rappresentata dalle nascenti VideoMusic e MTV.
Naturalmente i duri&puri fan dei vecchi Yes non gradirono.
Ma il disco (e LP a ruota) volò in tutte le classifiche lo stesso.
Il canto del cigno. Ma che canto.
diamonddog @ 17:20 | commenti (153)(popup) | commenti (153)